In un mondo in cui la fotografia è un atto quotidiano e soprattutto digitale viene spontaneo chiedersi perché un fotografo, sia esso professionista o amatore, dovrebbe oggi dedicarsi alla fotografia analogica. La risposta, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, ci è offerta proprio da quelli che, alla luce di questo momento storico della fotografia, potrebbero essere definiti i limiti di quest’arte.

I processi di sviluppo e stampa, che richiedono uno spazio specifico dedicato, un tempo e un’attenzione facilmente abbattuta dalla pratica della camera chiara, permettono a chi li utilizza di godere di quella emozionante magia in cui, soli e al buio, vediamo la foto apparire poco a poco. Il piacere di intervenire di persona lavorando con la luce, le temperature ed i chimici dà la possibilità di mettere alla prova manualità ed esperienza.

In ultimo l’impossibilità di confronto immediato con il risultato a monitor, eccezion fatta per la fotografia istantanea, costringe il fotografo a diventare, tramite lo studio e l’esperienza, estremamente sicuro di se stesso e del suo mezzo, rendendo una vera e propria necessità la compilazione di diari ricchi di preziosi dati tecnici e prove di scatto.

L’essere costretti a stampare le proprie fotografie per poter davvero godere del proprio lavoro, permette una fruizione più partecipata e meno distratta di quella a cui ci stiamo abituando attraverso monitor, e ancor peggio, attraverso i telefoni cellulari.

L’ingegnosità e la dedizione tecnica che la fotografia tradizionale richiede al fotografo lo esortano a conoscere e sperimentare quella manualità, quella filosofia e quello spirito artistico che hanno fatto della fotografia la grande arte che è oggi. Continuare ad amarla e praticarla è impedire di fatto che tutta questa ricchezza storica vada perduta.

 


Negli corso degli anni, il festival Fotografia Zero Pixel è stato sostenuto da:

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